news dal sociale

COMUNITA’ TERAPEUTICHE PER PSICOSI – Filosofia, storia e pratica clinica – rappresenta un volume che affronta il tema della Comunità Terapeutiche.

FacebookTwitterGoogle+Condividi

COMUNITA’ TERAPEUTICHE PER PSICOSI –

Comunità terapeutiche per psicosi. Filosofia, storia e pratica clinica

 La pagina di copertina di seguito riportata del testo COMUNITA’ TERAPEUTICHE PER PSICOSIFilosofia, storia e pratica clinica – rappresenta un volume che affronta il tema della Comunità Terapeutiche.

Il volume riporta in appendice il capitolo ERANO COSI’ BRAVI CHE HANNO CHIUSO – Potenzialità e rischi di una Comunità Terapeutica – redatto dal Direttore e dal Presidente della LILIUM Soc. Coop. Sociale a r.l. ONLUS, rispettivamente Dominique Quattrocchi e Gabriele Pompinetti.
Il titolo assegnato in modo “provocatorio” rende perfettamente l’idea di quanto sta succedendo, negli ultimi anni nell’ambiente delle Comunità Terapeutiche (e poteva succedere anche alla Comunità NOSTOS-LILIUM) dove si osserva una diminuzione delle stesse e anche delle strutture più storiche.

Con questo capitolo, il Direttore e il Presidente, intendono condividere con il lettore, attraverso la loro esperienza, la complessità della gestione di una comunità terapeutica e come abbiano cercato di rispondere alle sfide che sono intrinseche alla vita comunitaria.
Il capitolo riportato rappresenta l’espressione del percorso di maturità raggiunto dalla comunità NOSTOS nel corso dei 22 anni della sua esistenza.
NOTE TESTUALI (Quarto di copertina)
Le Comunità Terapeutiche ormai hanno una storia consolidata nel mondo. Tuttavia quando si parla di comunità si pensa subito alla tossicodipendenza. In realtà la Comunità Terapeutica nasce come espressione di un desiderio di cura alternativa del disturbo psichico nei militari durante la seconda guerra mondiale. Poi è diventata espressione di cura alternativa agli Ospedali Psichiatrici. Oggi l’approccio comunitario è inteso come approccio territoriale, nella “comunità diffusa” e il ruolo delle Comunità terapeutiche appare sempre più problematico.
Questo libro si propone di ridefinire e riproporre le Comunità Terapeutiche come luoghi di cura sottolineandone la vivacità e analizzandone i cambiamenti che nel corso degli anni sono avvenuti nei percorsi terapeutici e nel loro ruolo all’interno dei nuovi modelli della psichiatria territoriale.
Il risultato è un confronto tra modelli di intervento diversi ma che dimostra come le Comunità, dopo un periodo di difficoltà, oggi, sono ancora dei laboratori in cui si costruiscono modelli di intervento innovativi e centrati su una ricerca del benessere della persona. Modelli che poi sono sistematicamente “esportati” nel territorio (gruppi multifamiliari, teatro sociale, approccio farmacologico, quotidianità ecc) a dimostrazione che le Comunità hanno ancora molto da proporre.
PREFAZIONE di Bob Hinshelwood
È possibile che l’esperienza della psicosi sia la peggiore delle sofferenze umane, peggio di qualsiasi dolore del corpo. E se così fosse, come potrei saperlo? Personalmente, non ho mai subito né dolore fisico estremo, né ho mai sofferto di un male di natura psicotica. Chi può saperlo, oltre a coloro che hanno subito questi dolori? Esiste un tipo di fede che tiene in certa considerazione il significato di ciò che può essere dato e ciò che può essere ricevuto. Questo libro è un omaggio a questa fede. Inoltre, mantiene fede anche ad un’altra convinzione. Non solo che l’atto perfetto dell’ascolto può rivelare ciò di cui non abbiamo mai fatto esperienza, ma anche che una tale impresa di ascolto, può essere istituzionalizzata come comunità terapeutica.
Questo libro celebra l’ascolto e lo fa nell’atteggiamento tipico della comunità terapeutica – un atteggiamento di opposizione. Un atteggiamento che è sempre stato di confronto. I vecchi ospedali psichiatrici sono stati per più di un secolo tristi luoghi di stagnazione, in cui regnava una disumanità che ha causato notevoli danni alle persone più vulnerabili.
L’arrivo delle comunità terapeutiche ha segnato un momento di rinascita per la Psichiatria, nel periodo post-bellico, dopo la Seconda Guerra Mondiale. È interessante notare come le comunità terapeutiche hanno scoperto la necessità di giocare un ruolo continuamente mutevole.
La comunità terapeutica è stata messa al mondo da genitori quali, da una parte, nomi prestigiosi come Maxwell Jones, Tom Main e Wilfred Bion che lavorarono all’inizio con le vittime di guerra (Harrison 2000) e successivamente con personalità borderline (Whiteley, Briggs and Turner 1972). Dall’altra parte, egualmente degni di nota risultano i nomi di Denis Martin, David Clark (1964) e Beltram Mandelbrote che affrontarono il problema degli psicotici incarcerati negli opprimenti e degenerati ospedali psichiatrici. Queste due eredità genitoriali non si sono mai fuse completamente, e rimangono tutt’oggi fili distinti nelle attuali comunità terapeutiche. Va sottolineato che le comunità terapeutiche rimangono dipendenti da questi due specifici ordini di problemi – gravi disturbi di personalità e soggetti affetti da schizofrenia cronica. Questi richiedono diversi tipi di organizzazione basati su diversi principi e diversi ordini di problemi. Nel 1960 si aggiunse un terzo tipo di problematica, introducendo un terzo genere di clientela, ovvero i soggetti con diagnosi di abuso di sostanze.
Questo libro riguarda uno di questi tre trefoli, le comunità terapeutiche di persone affette da psicosi, le quali necessitano di essere fortemente delimitate. Queste comunità avevano bisogno di un libro che ora esiste.
L’idea della comunità terapeutica è stata anzitutto particolarmente produttiva, incarnando non solo un approccio incentrato sull’angoscia e sulla sofferenza individuale delle persone, bensì un approccio al malfunzionamento delle istituzioni. Questa è sicuramente più di una o altre forme di terapia individuale all’interno dell’ambiente istituzionale; la comunità terapeutica impersona l’idea che la stessa istituzione ha il compito di operare nel cambiamento terapeutico – nel bene e nel male. Ci deve essere, osiamo dire, un modo migliore e diverso di occuparsi delle persone. Questa è stata la presa di posizione opposta (alla visione comune) che abbiamo ricavato dalle comunità terapeutiche.
Qualche tempo fa, ho provato a risolvere, in forma schematica e tipica, quanto gli utenti SPD degli ospedali Cassel e Henderson e gli utenti psicotici cronici con lunga permanenza nelle istituzioni mentali, mirino a creare differenti vortici emotivi. Essi conducono a dinamiche caratteristiche della psichiatria, che non fanno bene a nessuno (Hinshelwood 1999). Ho indicato tali particolari problemi dinamici per ogni categoria di utente. Per quanto le persone che soffrono di schizofrenia siano interessate, mi sembra che ci sia una collisione particolare e perniciosa tra le persone e la loro istituzione, che porta allo sviluppo di uno stato cronico – dall’altra parte, ci sono pazienti e personale. Sembra spesso difficile cercare un approccio all’istituzione sociale che aiuti persone caratterizzate dalla loro generale inettitudine alle relazioni sociali. Tuttavia, è la loro reale parentela sociale a rappresentare l’agente che li storpia.
Vorrei brevemente impostare la dinamica collusiva che ho pensato portasse alla cronicità intrattabile. Sebbene queste persone siano spesso mutilate nelle relazioni sociali con gli altri, il problema da sottolineare è la relazione con sé stessi. Si tratta di un problema esistenziale di identità e della propria incapacità di riconoscere le proprie esperienze appunto come proprie (Hinshelwood 2004); è un disturbo dell’esistere nel mondo, per tornare a Hinshelwood, come fanno alcuni degli autori più inclini all’atteggiamento filosofico all’interno di questo libro. Scissi dalle proprie esperienze, queste persone perdono il loro senso di identità e di esistere anzitutto come persone. Nella istituzione psichiatrica esiste una dinamica istituzionale paragonabile, conosciuta come ‘depersonalizzazione’, nella quale il ‘paziente’ non è più una persona, ma una malattia. Un processo collusivo è, in questo modo, pronto ad innestarsi tra la vulnerabilità individuale e la sua istituzione. Particolarmente interessante risulta essere anche la descrizione di Barratt (1996), che punta sulla imputabilità e deresponsabilizzazione al cospetto della corte di giustizia o in un reparto psichiatrico. Le sue idee ed i suoi comportamenti bizzarri sono attribuiti alla sua malattia, egli ‘ha la schizofrenia’ e perde in tal modo, nella mente del personale psichiatrico, la capacità di possedere dei propri pensieri e di essere responsabile del proprio comportamento.
Non è più un soggetto capace di azioni morali nel momento in cui prende le sue decisioni e pertanto non è più una persona. Sembrerebbe che questa depersonalizzazione sia supportata e rafforzata dagli atteggiamenti della scienza contemporanea che insegue la biochimica e il funzionamento responsabili del cervello del paziente anziché della persona. Questa enfasi psichiatrica su un agente alieno si combina con il paziente che rinuncia alla possibilità di vedere sé stesso come qualsiasi persona. La mia tesi è che questa manovra a tenaglia su due lati, che attacca la personalità dell’individuo, diventa un sistema stabile e conduce ad una condizione duratura che chiamiamo schizofrenia cronica. Così l’istituzione può migliorare attivamente il problema specifico che la persona porta in sé stessa, quel problema è il divario fondamentale nella sua capacità di sentire sé stesso come una persona responsabile di fare delle scelte, le proprie scelte. Barratt trova inoltre affascinante il momento in cui nel sistema psichiatrico nella fase più tardiva nel trattamento di un caso trattato con successo comincerà ad essere nuovamente giudicato responsabile dal personale. Egli viene quindi ripristinato poco a poco come persona. Barratt descrive un processo di una fase in primo luogo di smantellamento della persona del suo organismo e poi di ripristino.
Tuttavia, ciò che succede quando questo processo psichiatrico si blocca e la persona (o il personale) non può passare alla seconda fase, è la ristrutturazione. Sono proprio quelle istituzioni che si bloccano nella prima fase, che le comunità terapeutiche sfidano. Considerando che ho faticosamente spiegato la procedura dettagliata attraverso cui i processi istituzionali avvengono, essi non sono mai esplicitamente riconosciuti. Molto di questo va avanti in modo implicito tramite le intuizioni del personale (e dei pazienti). Non è la sfida della comunità terapeutica ad essere esplicita, anzi le persone sfidano intuitivamente questi modi impliciti istituzionali in cui il paziente è separato dalle sue esperienze, dal suo organismo e dalla sua personalità. Ciò che è interessante da scoprire in questa raccolta è come più e più volte in contesti così differenti ed in culture molto diverse, la sfida continua – in modo implicito, in modo creativo e senza bisogno di spiegazioni psicoanalitiche esplicite. La comunità terapeutica rappresenta la parte sana del paziente che cerchiamo di salvare e sostenere. Ma non abbiamo mai visto esattamente come la parte sana è separata e persa. Abbiamo solo la sensazione che soffermarsi sui sintomi malsani e ignorando la persona sia una profezia che si auto-avvera, in cui i nostri pazienti diventano per le nostre istituzioni delle non-persone. Che il recupero della personalità è concepito tecnicamente in una miriade di modi in tutte le parti di questo libro sta affascinando le valutazioni delle comunità, degli approcci e delle teorizzazioni.
Ciò che amo è il filo comune di uno sforzo serio nel mettere le istituzioni nella giusta direzione. Questo sforzo tenace dura da molti decenni e mi entusiasma il fatto che è ancora molto vivo e mi mette nuovamente in contatto con i miei entusiasmi giovanili e con i miei sforzi.
[L’Onda – Promozione Sociale in Abruzzo – Anno 04 – n. 13 / Febbraio 2012]