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Interventi su adolescenti con tentativi di suicidio nel reparto di Neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli

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Quando un adolescente cessa volontariamente di esistere, si compie un fallimento. Qualcosa si inclina irrimediabilmente in uno o nei tanti sistemi di vita di cui egli è partecipe. Fallimento familiare, scolastico, sociale, relazionale, una disfatta incontrovertibile per tutte quelle persone che potevano essere presenti, capire, posare l’occhio emotivo laddove lo sguardo quotidiano non arrivava(1). Il tema del suicidio in adolescenza, per quanto discusso e analizzato nei tempi e con plurime modalità, resta sempre un argomento intriso di grande coinvolgimento affettivo, aldilà delle teorie o dei modelli interpretativi a cui ogni professionista si ispira. Il viaggio di un ragazzo o di una ragazza verso dimensioni solitarie del vuoto, della disperazione e di uno smarrimento “noioso” all’interno di un mondo frenetico, viene ripercorso lentamente fino al passaggio conclusivo, al tempo ultimo dove l’impulso, la rabbia o la lucida freddezza donano una forza sufficiente per sospendere, con un gesto, ogni legame e ogni possibilità di vita.

Seguono domande, spesso insolute, tentativi di un “rewind” temporale, alla ricerca di un segno, un messaggio, un’inclinazione della voce che avesse potuto aprire un varco nelle segrete stanze della demolizione adolescenziale; spesso resta solo un silenzioso rammarico.

Molte storie di ragazzi preadolescenti e adolescenti prendono forma da un suicidio: le scopriamo tra le pagine dei quotidiani, nelle bacheche rumorose di un social network seguite dalla processione infinita dei “mi piace” all’ultimo commento postato, ma anche tra le fila di un corposo esercito che compone le statistiche attuali del disagio in Italia e nel mondo. Altre storie invece, con uno sfondo simile e una stessa intenzionalità esitano in tentativi non riusciti: si bloccano sul parapetto di una finestra, nel conteggio delle pastiglie da ingoiare o semplicemente riescono a “salvarsi nonostante tutto” per rimandare la morte di un altro giorno. Le stime più recenti descrivono un trend sempre più crescente di ragazzi che attentano alla vita, così come nella pratica clinica, aumentano vertiginosamente gli accessi nei reparti di emergenza per atti anticonservativi (9).

Il lavoro di un neuropsichiatra dell’età evolutiva, che presta sevizio in una struttura sanitaria pubblica, parte spesso da qui, dalla richiesta di una consulenza urgente da parte del Pronto Soccorso o dalla necessità di un ricovero in un reparto di Degenza di Psichiatria per adolescenti (UOC A NPI, Dipartimento di Pediatria e Neuropsichiatria Infantile, Università Sapienza, Roma), quando il percorso evolutivo di un adolescente si arresta e  necessita di un’attenzione o una cura, indagandone, in certi casi, una dimensione psicopatologica sottesa; nel mio lavoro, questi eventi eccezionali e gravemente drammatici, sono spesso ordinari, ma mai un’abitudine. I ragazzi che hanno attentato alla loro esistenza appaiono, inizialmente, assorbiti in una dimensione atemporale, condensata di emozioni indistricabili su cui si posano gli sguardi di un mondo adulto: medici, psicoterapeuti, infermieri e non ultimi i genitori; madri e padri inconsapevoli, stravolti e confusi (4). Il processo di cura e comprensione delle ragioni, nascoste in questo atto è arduo ma doveroso: secondo E. Shneidman,(10) le cause possono essere molteplici, sociali, familiari, interpersonali, ma l’atto suicidale si compie solo quando l’individuo viene soverchiato da un dolore psichico, una sofferenza così intensa non risolvibile se non con la cessazione della vita. Questo dolore definito come “Psychache” racchiude in se un senso di disperazione, di sconfitta, vergogna e abbandono; l’obiettivo ultimo per un adolescente coinvolto in questa spirale emotiva è arrestare il flusso della sofferenza, eliminare il “nemico che dilania l’anima”.

Scegliere la strada del suicidio è inoltre, per molti sopprimere automaticamente questo dolore: “quando si raggiunge questa decisione in modo risoluto, si prova una certa sensazione di serenità derivata dal fatto che la situazione insostenibile stia per finire definitivamente” (5) e le narrazioni dei giovani “attentatori “ lo confermano. Rievocano l’ultimo atto, descrivendo in un composito puzzle di sentimenti ed episodi, la sensazione leggera di liberarsi da uno schema di pensiero o da uno scenario ambientale e familiare insopportabili; molti giovani, tuttavia, spesso preadolescenti si avvicinano lentamente all’idea di uno “scarso piacere verso la vita,” attraverso altre modalità e dimensioni spesso non collocabili all’interno di una cornice diagnostica.

Una ricerca effettuata presso il Reparto di Degenza (UOC A NPI) (2) su un campione di adolescenti ricoverati per autolesionismo intenzionale ripetitivo, ha messo in evidenza quanto l’alta frequenza degli atti unita ad un progressivo aumento di alcuni sintomi depressivi, disregolazione affettiva, e ad una dimensione crescente e grave di “ridotta attrazione alla vita” fossero elementi predittivi di rischio suicidario(3). Sebbene il concetto di autolesionismo non sia ancora, nella letteratura clinica, del tutto univoco, e sia utilizzato a volte in modo incoerente, spesso eccessivo, è possibile osservare l’esistenza di un continuum tra condotte autolesive ripetitive non suicidarie (NSSI: No suicidal self injury) e i gesti deliberatamente non conservativi. Il self cutter “impara ad anticipare o a ritirarsi dagli stati di distress generati dall’interazione e, progressivamente, diventa dipendente dalle forme di autoregolazione solitarie ed esternalizzate piuttosto che sviluppare una forma di autoregolazione interattiva efficiente”(3). In questa dimensione di alterata “presa in carico di sé” egli comunica, protesta o infine “sopprime i pensieri” anche quelli legati alla morte.

È evidente che non tutti i ragazzi che ricorrono al suicidio praticano atti autolesivi ma esistono ipotesi concrete che confermano quanto un dato “atteggiamento verso la vita e la morte” associato ad un attacco al corpo ripetuto con scarsa percezione del dolore possa favorire comportamenti suicidari futuri.(2)

Nel mare magnum di queste “fratture esistenziali” riuscire a fornire risposte competenti e mai banali, diventa un dovere etico ma anche altamente complesso: un medico o uno psicoterapeuta che affrontano queste tematiche possono e debbono avvertire un sentimento di paura senza esserne governati(6). Il timore di non aver dato abbastanza ascolto agli impercettibili messaggi che il paziente comunicava o lo spettro di un passaggio non idoneo durante l’incontro con l’altro, rappresentano elementi reali di rischio solo quando non vengono “rimaneggiati” e poi evitati con cura e capacità. Il compito del clinico è invece quello di trovare forze ed energie per “tenere in vita” questi adolescenti ed evitare il pericolo di una recidiva: serve presenza, offerta di relazione e condivisione del tempo fermo, quello carico di sentimenti di vuoto e di disperazione, “I ragazzi che corteggiano la morte non sono controllabili ma possono costruire vincoli stretti e affettuosi, legami silenziosi ma profondi”.(7)

Sono queste le premesse essenziali per ogni scelta terapeutica e i criteri fondamentali per  poter  organizzare una risposta adulta competente: l’atto comunicativo espresso con l’attentato suicidario richiede una tempestiva posizione di ascolto e di responsabilità clinica (8). Il modello terapeutico proposto si avvale in primis di una presa in carico globale dell’adolescente; l’intervento con il giovane risulta imprescindibile da quello dei familiari. Il ragazzo deve esperire il senso della relazione, l’accoglienza e la capacità di trasformare ogni azione in parola, sia come narrazione orale che scritta. La creazione di uno spazio intimo, riservato all’ascolto e alla “frequentazione” condivisa dei pensieri di morte, la rappresentazione verbale delle fantasie mortifere e dei sentimenti di angoscia generati da esse, permettono all’adolescente di costruire un legame intra e interpersonale (9); le modalità con cui si attua questo progetto sono strutturate e organizzate secondo la costituzione di un’alleanza terapeutica con l’adolescente: i colloqui diagnostici uniti alla valutazione con test psicometrici e successivamente i colloqui clinici sono uno step fondamentale per il riconoscimento e il trattamento del gesto suicidario; parallelamente a questa fase, sono fondamentali i colloqui con la coppia genitoriale, il supporto continuativo e coraggioso verso padri e madri bramosi di indicazioni e di soluzioni. Il coinvolgimento delle figure che appartengono al mondo “vissuto” dell’adolescente possono essere anche esse, risorse preziose per la costruzione di una rete di legami “riparati” o autentici; il ragazzo, infine, deve essere consapevole della presenza di un’equipe professionale che conserva e “tiene a mente” le sue istanze e il suo bisogno di aiuto (9).

A questo scopo la comunicazione con il medico di riferimento, con il terapeuta o con altre figure professionali, può intraprendere strade e percorsi assolutamente originali e creativi: permettere la condivisione degli scritti sottoforma di diari, messaggi di carta o rappresentazioni artistiche da lasciare al proprio uditore, significa investire sul legame e acquisire l’esperienza di una differenziazione (3).

In un’epoca in cui ogni crisi esistenziale si interseca e si amplifica all’interno di una “crisi” di valori e di crollo sociale e economico, in un momento storico in cui gli adulti faticosamente riescono ad essere solidi punti di riferimento per i giovani in crescita, il dovere clinico di un Neuropsichiatra infantile e della sua equipe è quello di saper accogliere coraggiosamente la fragilità emotiva di un adolescente, fornendo una possibilità di cura efficace e autorevolmente concreta.

Bibliografia

    1.Borgna E. , Manica M, Pagnoni, A. Il suicidio. Amore tragico, tragedia d’amore, 2006.
    4.Ladame F. I tentativi di suicidio negli adolescenti, 1981.
    5.Piotti, A. Il trattamento del tentato suicidio adolescenziale nel Crisis Center di Milano” 2006
    6.Pietropolli CharmetL’intervento clinico in adolescenza fra crisi evolutiva e psicopatologia. Adolescenza e Psicoanalisi , 2003.
    7.Pietropolli Charmet G., Piotti A. Uccidersi , Cortina Ed., 2009.
    8.Shaffer D, Gould MS, Fischer P, et al. Psychiatric diagnosis in child and adolescent suicide. Arch Gen Psychiatry 1996; 53:339-348.
    9.Shneidman E. Autopsia di una mente suicida. Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006.
    Shneidman E. Suicide as Psychache. Aronson, Northvale. New York, 1993.
    Ferrara M., Williams R., Terrinoni A. Non-suicidal self-injury (Nssi) in adolescent inpatients: assessing personality features and attitude toward death, Child and Adolescent Psychiatry and MentalHealth, 2012.
    Ferrara M. I comportamenti autolesivi durante l’adolescenza. Lo sviluppo antisociale: dal bambino al giovane adulto (Sabatello U.). Cortina Ed.,2010.

Interventi su adolescenti con tentativi di suicidio nel reparto di Neuropsichiatria 

 infantile di via dei Sabelli

A cura di Arianna Terrino